Siamo partiti dalla volontà di raccontare la guerra fredda e la corsa allo spazio, e per far questo ci siamo serviti della figura di Gagarin. Siamo partiti dalla sua autobiografia, scritta subito dopo il primo giro intorno alla terra, una autobiografia chiaramente di parte, in cui si esalta la sua figura e soprattutto si glorifica il sistema Sovietico. Gagarin è un personaggio particolare, scelto per uscire dai confini della terra perché non era il migliore candidato, ma il secondo, e quindi sacrificabile. È diventato un’icona, una star planetaria, e questo ha cominciato a dar fastidio alla burokratia sovietica che poco alla volta lo ha messo da parte.
Aveva il sogno di andare sulla Luna, ed è morto un anno prima dell’allunaggio americano.
Abbiamo preso lui come simbolo di un fallimento, di una parabola che sembrava inarrestabile e bellissima, e che prometteva pace ed equità per tutti i popoli, ma che poi è crollata inesorabilmente e definitivamente.
Il Sogno di Gagarin è un finto allunaggio. È l’Unione sovietica che arriva prima degli americani, è Jurij Gagarin che pianta la bandiera con la falce e martello, è un’altra immagine rispetto a quella che noi conosciamo; la possibilità di un altro mondo, un altro modo di vivere.
Il sogno che molti popoli, tantissima gente ha cullato per anni, forse abbagliati e ingannati, ma in cui credevano fortemente.
Per noi La corsa allo spazio è terminata il 27 marzo del 1968, giorno della morte di Jurij, quando L’Urss riesce a conquistare la luna, un anno prima di Armstrong.
Un fake in cui Gagarin rimane incastrato sulla luna senza possibilità di rientro, una missione fallita di cui nessuno sentirà mai parlare, che nessuno mai conoscerà, un sogno interrotto.
Come l’utopia comunista si è dissolta sulla terra, così Gagarin rimane solo, sulla luna, senza possibilità di rientro, a registrare le sue imprese, sperando che qualcuno prima o poi possa recuperarle.